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Uno sguardo sullo Zugna nel 1914

Pubblico questo interessante racconto di guerra scritto, con un po' di retorica, dal caporale Luigi Branchi. Interessanti sono le note di colore quasi a segnare una spensieratezza sul fronte di guerra da parte del graduato, preoccupato piu' della situazione nelle retrovie, delle viste stupende sui paesaggi circostanti, dei buoni sentimenti nei confronti del nemico, piuttosto che provare paura di non poter tornare, un vero racconto con un tocco nazionalista.

Il tenente dottor Luigi Tasca, era arrivato sul Coni Zugna la notte del 2 giugno e il mattino del 3 si presentò al Comando del battaglione alpino Valle d'Adige con i suoi tre graduati: sergente Vezzini e caporali Antonio Solfa e Luigi Branchi. L'ufficiale è di Bassano, i due primi graduati sono dei colli veronesi; il quarto: sottoscritto, di Parma.

Con noi v'erano pure i tre graduati del sottotenente Casali, nostri vecchi camerati del battaglione d'Arzignano(Vicenza), e l'ufficiale stesso; tutti e quattro veronesi, questi. Rappresentavamo due Sezione Pistola... in erba!

Come superiore di grado, il tenente Tasca ci presentò al signor maggiore Pugnani — oggi, credo, generale di brigata — allora comandante del detto battaglione di Fiamme Verdi, e noi ci mettemmo sull'attenti con l’alpestocco, cioè con il solo bastone alpino, poiché gl'imboscati del retrofronte ci mandarono sullo Zugna completamente disarmati!

Sissignori: ci tengo a ripeterlo a marcio dispetto degli eroi della sesta giornata, o per dir meglio, dei cinquinisti!

Gli imboscati ci hanno mandati nella posizione avanzata, agli avamposti, ad un paio di centinaia di metri dal nemico, disarmati!

Non è una mia «menzogna» per fare embéter gli imboscati del fronte... «interno», gli eroi della cinquina! Ci sono alcune centinaia, tra ufficiali e soldati che in quell'epoca appartenevano a quel glorioso battaglione, che possono testimoniarlo!

 

L'imboscato per il... sacro  «egoismo», è la mia bestia nera !

Trincerone_Zugna
Uno sguardo sullo Zugna  - Trincerone

E contro lo Zugna, allora privo di trincee e di difese organizzate, il nemico incalzava costantemente (leggere i comunicati Cadorna) qua e là, ma inutilmente, e abbenché i Fanti della montagna fossero ovunque allo scoperto, essi fugavano sempre gli assalitori.

Noi non potevamo seguire, in quei momenti, i nostri camerati della 258a Compagnia, così armati di solo alpestocco per la difesa della posizione contesa !

Se ne meravigliò, non solamente il maggiore Pugnani, ma tutto il battaglione: gli eroici difensori dello Zugna (Vicenza) dicendoci che a Parma, dopo il corso alla Pistola Fiat, nella stessa città natia di Bottègo e di me, ci avrebbero riarmati, e che la Scuola di Applicazione ci avrebbe dato gli uomini e le mitragliatrici.

Quando arrivammo a Parma quale non fu la nostra sorpresa nel vederci, noi, del battaglione di Arzignano (Vicenza) completamente disarmati fra tutti gli altri, circa duecento e di tutte le armi a piedi, provenienti da diverse parti d'Italia e dal fronte!

Non ci rammaricammo. Eravamo lietissimi, anzi, di non avere, per il momento, un peso ingombrante ed inutile in mano o in ispalla, di cui non sentivamo punto la necessità.

Cinque giorni dopo venimmo insardinati in tre o quattro carrozzoni del tramway a vapore che ci trasportò a Ponte Taro a fare i tiri con le Pistole Mitragliatrici, in mezzo al fiume senz'acqua, contro a sagome, graduati ed ufficiali.

Terminati i tiri, un maggiore della Scuola di Applicazione di Fanteria ci adunò attorno a sè e ci fece il discorso di commiato. Nelle ore pomeridiane del settimo giorno lasciavamo Parma ancora disarmati, e senza uomini, diretti ad Ala: al fronte!

Gli altri graduati ed i loro ufficiali ripartivano da Parma senza aver formato le loro Sezioni; ma almeno vi arrivarono armati e ripartivano armati per il fronte. Agl'imboscati di Parma non venne neppure d'idea di armarci o di fucile o di moschetto! E noi arrivammo sullo Zugna in queste condizioni !

MatassoneII
Matassone, linee austriache oggi

L'imboscato, l'inamovibile eroe del retrofronte, merita un capitolo a parte dedicato alla sua tristissima figura, e prego qualcuno di tratteggiar questo bell' imbusto... mancato guerriero!

Il maggiore ci passò in forza alla 258a Compagnia, ch'era comandata dallo stimato ed amato capitano dr. Fronza, rapito alla vita così immaturamente, da una stupida ed incosciente pallottola di schrapnel.

Difettando i ricoveri ne formammo uno noi che nelle ore pomeridiane era già finito. Vi entravamo carponi; di dentro ci si poteva muovere in ginocchio e ci si stava appena in tre; io, il caporale Solfa e il sergente Vezzini. Il tenente Tasca dormiva nella baracchetta del defunto capitano, con qualche altro ufficiale.

Più in alto, a circa un metro dal tetto del nostro ricovero, vi era un buco nel terreno, una vera tana di volpe, dal diametro di circa metri 1,30 e profonda circa due. Quest'era il ricovero di un alpino di quella compagnia fucilieri, un moretto veronese dal mento ornato d'una barbetta alla bohémien. Credo ch'egli fosse «el più pedocioso» del battaglione! In quella tana vi entrava strisciando come i rettili! Sembrava un lucertene umano!

—. Barbetta, ci vuoi raccontare che cosa si vede andando su di questa cima? — gli chiesi io quel giorno.

—    Non ci sono mai stato, lassù ; inoltre è anche proibito di andarci senza autorizzazione, però si dice che si vede Trento.

—    Vuoi che ci andiamo?

—    No, no, mi no ghe vegno! E' facile farsi bucare la ghirba! — rispose il barba.

Insistetti, e tanto feci, che lo indussi ad accettare una partita di caccia... grossa, a uomini ed animali quadrupedi !

All'alba del giorno seguente eravamo in piedi e pronti per la solitaria ascesa, senza farci scorgere da quegli artiglieri da montagna.

—    Di', barba, sai bene che io non ho il fucile: trovamene uno!

—    Se ne ciapa uno! — esclamò egli.

Quasi tutti avevano i loro fucili e le giberne infilati nei rami delle piante, con i calci in alto, all'acqua, al sole, alla neve. Ne presi uno e tosto salimmo verso la cima dello Zugna inerpicandoci su pei dirupi ed attraversando fittissimi cespugli di rododendri e ster-paglia, mantenendoci lontani dai ricoveri degli artiglieri da mon-tagna. Dieci minuti dopo, ci gettavamo a terrà dietro ad un ce-spuglio dal lato destro di quella cima dominante la Vallarsa.

Caricammo le armi nella fiducia di essere la fortuna di qualche cecchino desideroso di riposare un poco all'ospedale o di colpire un quadrupede qualunque, pur di imbestialire qualcuno di quei gallonati del Pozzacchio o del Mattassone!

Robotti_padre_Filippo
padre Robotti celebra la messa al fronte.
208º fanteria Zugna, 23 maggio 1916
(dal volume del Gen. Ricci-Armani, Roma, 1928)
www.fronteitaliana.it

Da quel ciglione si godeva una vista panoramica incantevole. Sotto di noi avevamo il forte austro-ungarico di Mattassone e ol-tre di questo e poco più in alto il Pozzacchio, in mezzo a questi due forti nemici, passa il serpeggiante e grande torrente Leno.

Più innanzi e più in alto, come lo sfondo meraviglioso di uno scenario di inestimabile valore d' arte, si vedeva il nevoso massiccio del Col Santo e il gruppo del Pasubio.

Una leggera bruma ci impediva di veder Trento, la città sospirata e sognata, la nostra meta ! A sinistra, avevamo il Cornale, l'Altissimo e il Vignolo... sul quale gli aviatori cecchini, quasi ogni mattina, vedendosi oggetto di un insistente e continuo saluto di pallette di schrapnels da parte di quei nostri artiglieri, lasciavano cadere grosse bombe nell'intenzione di mandare tutto all' a- ria, uomini, pezzi e deposito munizioni !

Era ormai giorno quando dal sottostante forte Mattassone scor-gemmo uscire un cavalleggiere caracollante in direzione di Rovereto, sulla bella carrozzabile, tranquillamente sulla sua giumenta. Egli ignorava che sul ciglione dello Zugna ci fossero due italiani intenzionati di fargli un grato servizio : quello di mandarlo... all'ospedale !

C'etait la guerre ! Si capisce che la scomparsa di qualche uomo dal fronte era di nessun valore, ma io ero lieto di poter vedere con i miei occhi qualche cecchino messo «k. o.»!

Però che la sua famiglia lontana non lo avesse dovuto perdere per sempre e non nella più bieca e feroce voluttà assassina con cui ci si mettevano gli scelti tiratori di quell'esercito che aveva la fortuna di avere l'alta protezione divina e la pazienza di digerire le fanfaluche melense del suo comando.

Io desideravo metterli fuori... uso, solamente.

Dalla nostra posizione, quel cavaliere sembrava un ragazzo su un cavallo nano a passeggio in fondo alla Vallarsa !

— Barba, dai ! Salutiamo il cecchino !

Due fucili facevan sentire i loro rapidi spari che l'eco portava lontano, in tutte le direzioni della Vallarsa.

Indubbiamente impressionato, quel cavaliere errante della triste figura donchisciottesca fece dietro fronte e a ventre a terra rientrò nel forte, di dov'era uscito, con il suo ronzinante.

Non avevamo più in mente il caffè; aspettavamo un altro bersaglio mobile e questo si presentò dopo un'ora in un uomo che uscì, in bicicletta, dallo stesso forte.

Secondo i Cecchini, il cavallo era troppo appariscente, mentre la bicicletta era per noi quasi invisibile ad occhio nudo. Vedevamo un uomo sollevato da terra che pedalava un immaginario ciclo, ed aveva sul quadrupede anche il vantaggio della maggior velocità.

Facemmo fuoco su di lui, ed egli, sentendosi attorniato da zzziiii, zzziiii, cioè da zanzaroni di piombo, non tardò a sterzare verso la sinistra della strada e a portarsi fuori dal nostro tiro e lo rivedemmo alcuni minuti dopo passare per un breve tratto obbligato, che pedalava energicamente verso Rovereto.

Più tardi sparammo su di una carrozza proveniente da Passo di Buole. Mi fece l'effetto di vedere in quel coche un ricco fazendeiro in giro ad ispezionare le sue faziendas. Si vede che qualche pal-lottola nostra entrò nell'interno della carrozza, bucando la cappotte e fors'anche la pelle di chi si credeva girare impunemente laggiù, a dispetto nostro.

zugna1918
Costone dello Zugna nel 1918

Anche la carrozza riparò sollecitamente sotto al monte sottraendosi ai nostri sguardi indiscreti. Gli Austriaci, o per dir meglio i loro eroici... gros bonnets dell'Armata del Trentino, dicevano che Dio era con loro, ma però quando sentivano le pallottole nostre troppo vicine alla loro cuticagna non si fidavano più di tant'alta protezione! Correvano dietro ai ripari !

Poco dopo un cannone di piccolo calibro del Pozzacchio tirò un colpo in direzione del nostro ciglione nella fiducia di demolire le nostre povere ossa, di lardellare i nostri corpi a cannonate ! Ri-spondere a cannonate! Non avevano neppure il senso dell'equità!

Il proiettile: uno schrapnel scoppiò in alto, sopra di noi e non era ancora scomparsa dalla vista nostra la piccola e bianca nube che un secondo proiettile esplose rabbiosamente un po' più in alto, e più lontano dal primo.

—    Non muoverti, Barba! — gridai io.

Intanto il tempo si faceva pessimo e tutto ad un tratto le gonfie e nere nubi aprirono le loro cateratte obbligandomi a deménager immediatamente dalla detta posizione.

—    Ehèi, barba, dove sei?!

Nessuna risposta. Era morto?

Era ferito gravemente tanto da non poter emettere un debole lamento? Cercai rapidamente qua e là sotto ad un acquazzone che toglieva la vista. Corsi giù e arrivai nel mio ricovero bagnato come un pulcino, biasimato dai miei due camerati... che mi passarono la mia razione di caffè freddo e la porzione di zucchero da mangiare con la pagnotta.

Mentre ero intento a mangiare, gridai :

—    Barba, sei lì?

—    Sì!

—    Sei ferito?

—    Mi noo!

—    Perchè sei disceso senza dirmi nulla?

—    A go visto che i sbara de le canonade, son venuto giù subito!

—    Almeno me lo potevi dire !

—    Sì, a starò li a ciciarar! — rispose egli, ridendo.

Lieto di saper l'altro sano, svelto ed incolume ed anche più allegro del solito nella sua tana, con l'animo tranquillo consumai alla salute di un battaglione del 207° o del 208° fanteria, mezzo coperchio (della mia gavetta) di zucchero con la pagnotta !

207zugna
Uno sguardo Nel Trincerone,
soldati del 207° reg fanteria Brigata Taro. Zugna 1916.

Un soldato mi disse che quello zucchero, che la fureria della 258a distribuiva alla Compagnia ed a noi tre, per circa una settimana, proveniva da un sacco fatto saltare ad un battaglione di fanteria. Siccome c'erano, poco lungi da noi e più sotto, i due menzionati reggimenti, arguii che un battaglione di quelli ha dovuto sorbirsi un caffè... poco corretto!

Io non mi sono mai preso la briga d'appurare se questa versione rispondesse a verità, però sapevo che nessun battaglione di-stribuiva razioni di zucchero oltre al caffè già dolcificato.

LUIGI BRANCHI

 

tratto da Storia illustrata della grande guerra  di Roberto Mandel, Gorlini editore, 1938 I edizione.

 

Attività Siti Amici

In questa sezione segnalaremo eventuali eventi o riunioni organizzate sulla Grande Guerra in Trentino spedite dalle varie associazioni.

Grazie per la collaborazione

Rassegna fotografica
Il Caposaldo Austro-Ungarico del Nagià Grom 1914-1918 Sito Ana Mori

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