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Ho lasciato la mamma mia, l'ho lasciata per fare il soldà
"Ho lasciato la mamma mia, l'ho lasciata per fare il soldà, tapum tapum tapum "
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Vignetta  L' Imboscato (foto tratta da La Tradotta)

Questa frase così celebre, che per anni nel collettivo degli italiani ha significato il dolore e lo strazio della partenza verso il fronte di guerra, in realtà per alcuni rappresentò soltanto un'altra canzone da canticchiare in piazza o a passeggio nelle retrovie.
Quando l'Italia iniziò la mobilitazione generale, si presentò immediatamente un problema riguardante a chi doveva partire per le armi e in che ruoli, e chi invece poteva resta comodamente a casa lontano dalle insidie del fronte.
L'uso della "raccomandazione" si diffuse velocemente, coloro che potevano godere di conoscenze importanti o di cospicui finanziamenti alle spalle finirono per vivere la guerra da posizione privilegiate o addirittura in modo marginale, i rampolli Pirelli, Agnelli o i figli di Solandra per citarne alcuni.

Ecco così che il termine "Imboscato" durante la guerra acquistò un significato diverso, non più colui che si nasconde in un bosco per sventare un attacco al nemico, ma piuttosto colui che fa in tutti i modi di scappare, di sottrarsi al servizio di guerra e dal pericolo, restando nelle retrovie oppure nascondendosi in grotte e caverne.
Nel gergo della truppa, tramite alcune testimonianze dirette o dei giornali di trincea, furono usati anche altri termini ironici, salesiani, ciclamini, filugelli.

Ovviamente il concetto di imboscato era differente in base alle situazioni vissute. Per chi stava in una trincea particolarmente esposta considerava imboscato coloro che occupavano una posizione meno pericolosa, coloro che combattevano sul fronte del'Isonzo giudicavano imboscati i fanti della armate schierata tra lo Stelvio e la Carnia: le chiamavano le armate della salute, e la prima armata, che per il primo anno fu chiamata a causa del poco utilizzo, con l'appellativo di Serenissima.Per i fanti erano imboscati gli artiglieri, e per l'intero esercito erano imboscati tutti gli italiani che non si trovavano sul fronte di guerra.

Il fante di trincea sembra avesse diviso l'esercito in quatto categorie:
1. I fessi come lui che combattevano in prima linea.
2. I fissi presso i comandi da quello di divisione in su
3. Gli italiani nelle retrovie
4. Gli italianissimi all'interno del Paese.

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gen. Cadorna e Stato Maggiore IV C.d.A. a Creda

Si scrissero anche alcune canzoni popolari sul tema degli imboscati che ottennero un discreto successo tra la truppa. Una delle più famose scritta dal torinese «Galucio 'l barbon», cominciava così:

«Il General Cadorna ha chiesto dei soldati. Rispose Re Vittorio, le mando gli imboscati. E passerem la visita a tutti i riformati Din don dan, al fronte non ci van . . . ».


Un esempio molto romanzato è il racconto delle giornate per gli imboscati delle retrovie,dove gli impegni irrinunciabili consistevano nel consumare l'aperitivo, seduti dietro un tavolino al Caffè Dorta di Udine, ovviamente era necessario che la divisa risultasse ben stirata e che gli stivali fossero stati tirati a lucido, mentre i soldati al fronte erano costretti a mangiare il minimo indispensabile per evitare lo svenimento.
Proprio per questo gli uomini in prima linea chiamarono ironicamente il Caffè Dorta , il Trincerone del Dorta.

Un altro esempio fu quello del col. Giorgio Boccacci, componente dello staff del generale Cavaciocchi, che aveva allestito il suo comando a Creda "simile alla residenza di un proconsole Romano negl'anni della decadenza dell'impero" (cit. Lorenzo Del Boca, " Grande Guerra piccoli generali") ed era impegnato a placare più i propri piaceri che occuparsi dei suoi doveri in tempo di guerra.
Anche sulla distribuzione delle medaglie il merito di guerra contò poco, nella maggior parte dei casi parentele e agganci ebbero peso specifico più importane.

Un esempio, gli ufficiali morti fra gli alpini risultano essere 1542 e 3982 feriti con 39 medaglie d'oro. I sotto ufficiali deceduti furono 41,768 e 89,497 feriti, medaglie d'oro UNA.
I soldati si consolavano con l'ironia, conferimento al gen. Pinco Pallino della Medaglia d'oro perché "circondato da sei austriaci, ne uccideva nove e gli altri gli faceva i prigionieri". Oppure conferimento di una seconda medaglia d'oro "per l'eroismo dimostrato nel portare la prima..."

Nelle trincee di tutto il fronte, giravano voci che quando arrivava l'ordine prima di agire bisognava aspettare il contro ordine. Anche qui furono scritte alcune parodie di canzoni di guerra tra cui la più famosa recita una strofa molto famose all'epoca:

" Il general Cadorna ha detto alla Regina, se vuoi veder Trieste la veda in cartolina, ndi, nda mbom, al rombo del cannon".

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gen. Alberto Cavaciocchi

Per mascherare tutta la serie di raccomandazioni e di esenzioni spudoratamente palesi, nell'ottobre 1915 il governo istituì un'imposta sulle esenzioni dal servizio militare, alla quale furono assoggettati i riformati e gli esonerati, costituita da una quota annua di sei lire per coloro che avevano redditi inferiori alle mille lire annue, integrata da contributi supplementari per chi avesse goduto di redditi superiori.

I soldati la battezzarono «tassa sugli imboscati» e molti credettero che bastasse pagarla per ottenere l'esonero, in molti casi fu così, ma non sempre, le conoscenze e le parentele contavano molto di più.
Per avere un'idea più chiara di questo scontro tra imboscati e non, citiamo dal libro di Piero Melograni, Storia politica della Grande Guerra, questo breve passaggio:


[...] Secondo G. Prezzolini l'odio generale delle truppe verso gli imboscati non nasceva da un sentimento di giustizia offesa, ma dall'egoistico desiderio di ripartire fra tutti, e in parti eguali, i rischi e i disagi della guerra. Tutti gli artiglieri, gli automobilisti e gli operai addetti alla produzione di guerra avrebbero dovuto combattere, insomma, per almeno sei mesi in fanteria, e ciò «non per vincere prima, ma per contentare i più».
La fanteria, nella sua grande maggioranza era composta da contadini.

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Volantini stampanti dal Governo contro gli imboscati

La quasi totalità degli operai industriali, invece, erano esonerati per legge dal servizio militare. Inoltre gli operai richiamati alle armi militavano molto raramente in fanteria poiché, se conoscevano sia pure superficialmente un motore o sapevano maneggiare un attrezzo, erano avviati a far parte di altri corpi.

Per il fante-contadino, dunque, dire operaio equivaleva dire imboscato, nascosto in qualche corpo speciale o più spesso rimasto in città a guadagnare paghe sempre più elevate e a sfruttare in qualche modo la guerra. «La guerra la fanno i contadini!» gridò alla Camera l'on. Soderini. «La pagano col loro sangue in proporzione del 75 per cento», confermò l'on. G. Ferri. Soprattutto suscitò indignazione il fatto che un gran numero di giovani validi fossero entrati nelle industrie mobilitate per la produzione bellica. L'on. Francesco Ciccotti disse che alcuni imprenditori traevano un lucro occulto ed illecito facendo passare per operai parecchi giovani di buona famiglia, e che addirittura erano stati impiantati degli opifici non tanto per fabbricare armi e munizioni, quanto per organizzare l'imboscamento, «industria più profittevole di ogni altra»
In realtà le industrie destinate alla produzione di guerra erano state costrette a reclutare in gran parte elementi improvvisati.

Il ministro della Guerra, gen. Zupelli, trovò facili argomenti per spiegare ai deputati che in Italia, al principio della guerra, esisteva una modestissima industria metallurgica, e che mentre l'Italia, in passato, aveva sempre potuto fornire sterratori, muratori e falegnami a tutto il mondo, non aveva mai avuto operai metallurgici altro che per le sue pochissime fabbriche. Lo sviluppo dovuto alle esigenze di guerra si era dunque necessariamente attuato facendo ricorso a mano d'opera non qualificata.

Caffè Dorta
Il Trincerone del  Dorta a Udine

Le argomentazioni del ministro erano fondate, ma i soldati non le conoscevano, anche perché non esisteva una propaganda che si preoccupasse di farle conoscere. Ma anche se questa propaganda fosse esistita i soldati avrebbero pur sempre continuato a pensare che l'ingresso in fabbrica di tanti giovani costituiva una grossa «ingiustizia», se non altro perché gli operai industriali ricevevano un trattamento economico enormemente superiore a quello dei combattenti.

Le maestranze degli stabilimenti addetti alla produzione di guerra ricevevano le retribuzioni stabilite nei contratti dell'industria privata. Il gen. Dallolio - sottosegretario e poi ministro delle Armi e Munizioni - spiegò che era impossibile parificare le retribuzioni degli operai militarizzati a quelle dei combattenti, poiché sarebbe stato necessario assicurare anche ai primi l'alloggio e il vitto. Né, in ogni caso, egli avrebbe mai potuto ordinare di retribuire col solo stipendio militare quei direttori di officina o quei capitecnici che avevano conquistato una cospicua posizione nel mondo industriale.

Un operaio metallurgico, a Torino, retribuito a cottimo, riceveva nel 1915 una paga media giornaliera di lire 7,60, ed il fante era facilmente indotto a fare tristi confronti tra la condizione sua e quella degli imboscati. La paga giornaliera del fante era infatti di 50 centesimi compreso il soprassoldo di guerra, di cui al decreto 23 maggio 1915, n. 677. Tale decreto aveva stabilito le indennità speciali «per le truppe in campagna», commisurandole in cent. 40 per i caporali, gli appuntati, i soldati, gli allievi carabinieri ed i carabinieri aggiunti; in cent. 60 per i carabinieri; in lire 1 per i sergenti, 2 per i sergenti maggiori, 2,50 per i marescialli di alloggio.

Per gli ufficiali, invece, le indennità speciali di guerra erano le seguenti (in lire del tempo). (Vedi immagine in fondo alla pagina)

Ugo Ojetti, mentre era al Comando supremo, si interessò di sapere quanto guadagnavano i suoi superiori ed annotò nel diario:  

«Cadorna ha, credo, 4000 di stipendio: 200 ne tiene, il resto manda a casa». I fanti si interessarono delle retribuzioni percepite dai commilitoni addetti alle altre armi ed ai servizi, in favore dei quali il decreto 23 maggio 1915 aveva stabilito indennità varie oltre al soprassoldo di 40 centesimi:

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Ugo Ojetti autore di "Lettere alla Moglie"

«Il maniscalco — dicevano i fanti — non combatte, ma avrà l'indennità di ferratura, il motorista avrà l'indennità di motore, il telefonista addetto agli uffici avrà l'indennità di telefono, l'automobilista l'indennità di macchina; al combattente è riserbato un trattamento unico ed inesorabile: cinquanta centesimi ed il pericolo della vita, giorno per giorno».

I congiunti dei richiamati alle armi, riconosciuti bisognosi da speciali commissioni comunali, ricevettero un sussidio giornaliero nella misura di lire 0,60 per la moglie, e 0,30 per ciascun figlio di età inferiore ai 12 anni. I figli dei soldati che avevano superato tale età potevano essere ammessi al lavoro anche senza il prescritto grado di istruzione, in deroga alle norme di legge sulla protezione dei lavoro del fanciullo. Tanto era bastato per escluderli senz'altro dal sussidio. Si potrà obiettare che nelle campagne il lavoro dei fanciulli era un fenomeno diffuso; che inoltre il giudizio delle commissioni incaricate di assegnare i sussidi si ispirava generalmente a criteri molto larghi, così che quasi tutte le famiglie dei contadini richiamati potevano approfittarne; ed infine che i lavoratori agricoli erano abituati a percepire retribuzioni assai basse, tali da far si che i sussidi governativi costituissero un contributo apprezzabile per l'economia delle loro famiglie.

È stato infatti calcolato che nel 1913-14 la retribuzione media annua per unità lavoratrice giungesse appena alle 440 lire nell'Italia centro-settentrionale e alle 360 in quella meridionale. Tuttavia - come scrisse il Serpieri - il concorso dato dai sussidi statali per reintegrare i bilanci contadini, pur essendo rilevante, non bastò nella maggioranza dei casi a ristabilire l'antico equilibrio tra redditi e consumi. A maggior ragione, dunque, esso non bastò per placare il malumore dei fanti-contadini contro i ben più privilegiati «operai-imboscati»).

Si pensi che nel 1917 i sussidi giornalieri della moglie del soldato furono aumentati di 15 centesimi e quelli del figlio di 10 centesimi, mentre il costo della vita era cresciuto del 43 per cento.

In forma più o meno consapevole i fanti-contadini avvertivano che, mentre toccava ad essi di soffrire e combattere, tutto il mondo dell'industria progrediva grazie alla guerra.

Nell'agosto 1915 l'ing. Nicola Romeo riferiva ad Ojetti - uno dei suoi maggiori azionisti - che la loro fabbrica, la quale oltre alle automobili produceva anche proiettili e perforatrici, stava andando «a gonfie vele».

Bastava leggere i giornali per apprendere che le industrie concludevano ottimi affari: «La Stampa» di Torino, in un articolo del 13 novembre 1915 significativamente intitolato Lo Stato indifeso?, riprovava gli illeciti arricchimenti dei fornitori dello Stato e nel numero del 29 novembre chiedeva più rigorose tassazioni denunciando gli enormi profitti conseguiti dalla Fiat nel 1915, calcolati intorno al 70 % del capitale. Alcuni industriali imputati di frode nelle forniture militari erano stati arrestati e «La Stampa» ne dava notizia stigmatizzando il fatto che i fornitori trovassero il modo di arricchirsi mentre la guerra rendeva povere le nazioni: a quei profittatori non importava che il soldato restasse scalzo sulle rocce o con l'abito lacero e insufficiente a ripararlo dal freddo.

Essi avevano venduto materiale scadente a prezzi eccezionali, accrescendo mediante la frode il loro già lauto guadagno. [...]
Infine allego questo interresante documento creato da Alvaro Tacchini, pubblicato sul suo sito www.storietifernate.it sul tema dell'Imboscato. Visualizza documento.

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Le indennità speciali da "Storia politica Grande Guerra" di P. Melograni

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonti:
• Fonti Piero Melograni, Storia politica della grande guerra, ed Universale Laterza, Bari 1977, vol primo

• Lorenzo del Boca, Grande Guerra e piccoli Generali, Ed. Utet, 2007
• Fotografie: Fototeca Tifernate On Line. e Alvaro Tacchini www.storietifernate.it

 


 

Attività Siti Amici

In questa sezione segnalaremo eventuali eventi o riunioni organizzate sulla Grande Guerra in Trentino spedite dalle varie associazioni.

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Il Caposaldo Austro-Ungarico del Nagià Grom 1914-1918 Sito Ana Mori

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